La Premier League è diventata una vetrina per l’afflusso globale di investitori mega-ricchi, una realtà che ha sollevato interrogativi sul futuro delle radici comunitarie del calcio inglese. Un recente esame della struttura proprietaria del Manchester City ha evidenziato quanto sia difficile regolamentare gli attori finanziari più potenti di questo sport. Secondo quanto riferito, l'avvocato interno del club avrebbe minacciato di spendere "30 milioni di sterline per i 50 migliori avvocati del mondo per fargli causa per i prossimi 10 anni" in risposta all'indagine della UEFA, una mossa che sottolinea le complessità legali e il potenziale di controversie infinite quando sono coinvolti proprietari facoltosi.

Storicamente, i club inglesi erano gestiti da uomini d’affari locali che avevano interessi nelle comunità in cui servivano. Proprietari come l'ex presidente dell'Arsenal Peter Hill‑Williams o il defunto Albert Alexander Sr. erano visti come benefattori e i tifosi potevano ancora provare un senso di proprietà e orgoglio per le loro squadre. Quel modello è in gran parte svanito. Oggi, i club sono di proprietà di un mix di fondi sovrani stranieri, fondi di investimento pubblici sauditi, vice primi ministri di Abu Dhabi, miliardari con sede a Monaco e gruppi di private equity. Il cambiamento è stato accompagnato da una perdita di responsabilità locale; i proprietari di Los Angeles, Monte Carlo o nel Golfo possono avvertire il malcontento dei tifosi in modo meno acuto rispetto a coloro che vivevano e lavoravano negli stessi quartieri dei loro club.

Le conseguenze di questo nuovo panorama proprietario sono evidenti nel modo in cui vengono gestiti i club. La crescita della Premier League è stata guidata dall’afflusso di capitali, ma ha anche portato ad un crescente divario tra i club più ricchi e il resto della competizione. Il caso del Chelsea, dove un oligarca russo ha dovuto vendere il club dopo le sanzioni e un comproprietario americano è stato costretto a cedere la sua quota a seguito di indagini federali, illustra come la geopolitica e la finanza globale possano avere un impatto diretto sulla proprietà del club. Nel frattempo, la mancanza di proprietà dei tifosi in Inghilterra significa che la funzione comunitaria dei club viene spesso trascurata, un problema che il modello tedesco 50+1 ha cercato di affrontare impedendo la maggioranza della proprietà straniera, sebbene non abbia fermato il dominio del Bayern Monaco in Bundesliga.

L’organo di governo della Premier League, sotto l’ex amministratore delegato RichardScudamore, ha storicamente assunto una posizione neutrale sui modelli di proprietà, dando priorità alla generazione di entrate rispetto alla provenienza di quel denaro. Questo approccio ha aiutato la lega a diventare una potenza mondiale dell’intrattenimento, ma l’ha anche resa vulnerabile all’influenza degli investitori più ricchi. Le attuali regole di redditività e sostenibilità della lega, e il nuovo rapporto costo-squadra, mirano a frenare le spese eccessive, ma i critici sostengono che non sono sufficienti per evitare che lo sport diventi un’impresa puramente commerciale.

Guardando al futuro, l’unico modo per ripristinare un senso di comunità nel calcio inglese potrebbe essere quello di ripensare interamente il modello finanziario. Senza una significativa crisi finanziaria che imponga una rivalutazione della proprietà dei club, è probabile che la Premier League rimanga dominata dai mega-ricchi. La sfida per il calcio in Gran Bretagna sarà quella di bilanciare l’attrattiva globale e il successo finanziario del campionato con la necessità di preservare l’identità locale e il legame con la comunità che storicamente hanno definito questo sport.

The GuardianQuesto articolo è stato riscritto e localizzato da ScoreLens sulla base del servizio originale.
Leggi l'originale ↗ ← Torna alle notizie